La Divisione "Monterosa" è e rimarrà una divisione di ferro

domenica 5 marzo 2017

GIAMPERO CIVATI della Divisione “Monterosa” è, si può dire il Caduto ideale della R.S.I.. Senza gradi e senza colore politico, è mosso soltanto dell’ “onore d’ Italia” e ignora tutto il resto. Di lui si sa soltanto, che è schierato sull’ appennino con la sua unità contro gli invasori. Viene catturato dai partigiani e ucciso il 5 dicembre 1944.
Ecco Il suo testamento spirituale, trovato in un quadernetto lasciato nel tascapane: “Pochissime parole mi spiego le mie idee e il mio sentimento. Sono figlio d’ Italia di 21 anni. Non sono di Graziani e nemmeno badogliano ma sono italiano: e segue la via che salverà l’ onore d’ Italia.”  

Marzo 1944 -  Conegliano Veneto - Centro Raccolta Alpini 

MUNSINGEN 1944
Il Duce  consegna le Bandiere di Combattimento 
ai Battaglioni della Divisione Alpina "Monterosa"

La  Divisione alpina "Monterosa"


Mussolini passa in rassegna la Monteros a Munsingen(Germania)


Munsingen - 16 luglio 1944
La Divisione Monterosa schierata per la visita del capo della R.S.I.
Benito Mussolini al termine dell' addestramento

La divisione nasce il 1º gennaio 1944 a Pavia, ma è mobilitata solamente il 15 febbraio dello stesso anno. La divisione, formata da circa 20.000 uomini.
Per l'addestramento la divisione viene inviata in Germania per 6 mesi, dove gli uomini sono addestrati e armati. . Nell'organico della divisione si contano anche 30 ausiliarie alpine, le prime nella storia del corpo.
Il 16 luglio dello stesso anno Benito Mussolini consegna la bandiera ai reggimenti, a Münsingen.
In luglio, all'arrivo in Italia, viene posta sotto il comando del Corpo d'armata "Lombardia", nell'area ligure, per contrastare un eventuale sbarco delle forze alleate. Successivamente viene spostata nella Garfagnana tra il fiume Serchio e le Alpi Apuane, bloccando i reparti brasiliani e le forze della 5ª Armata americana, riuscendo tra il 25 e il 30 dicembre 1944, con l'operazione Wintergewitter, a respingere le forze alleate, obbligandole a ripiegare; nell'occasione vengono anche catturati 250 prigionieri e ingenti quantità di viveri e materiale bellico.
Si tratta dell'unica azione della guerra, lungo la penisola italiana, nella quale le forze congiunte della RSI e tedesche riuscirono a far arretrare gli alleati. Nel gennaio 1945 circa la metà della divisione viene spostata sulle Alpi occidentali per contrastare l'avanzata americana e francese ed in questa occasione per dar man forte viene aggregato il Battaglione "Cadore", ricevuto dal Raggruppamento "Cacciatori degli Appennini"
La Divisione riesce ad impedire ai francesi e agli americani di procedere speditamente in Piemonte; la dissoluzione della divisione avviene per mancanza di ordini così gli alpini si arrendono agli Alleati.
La Divisione alla fine della guerra conta 1.100 caduti, 142 decorazioni assegnate, tra le quali una medaglia d'oro al valor militare all'alpino Renato Assante, inoltre 89 encomi e numerosi croci di guerra. Viene sciolta il 28 aprile 1945 dal maresciallo Rodolfo Graziani, che emana l'ordine di cessare le ostilità.
Solo la 12ª Batteria del Gruppo "Mantova" depone le armi l'8 maggio 1945 a Porta Littoria (La Thuile) in Valle d'Aosta.
Nel dopo guerra i reduci, a cominciare dal 1946, hanno dato vita a diversi raduni, fondando nel novembre 1951 l'Associazione "Divisione Monterosa"; tra gli scopi dell'associazione anche il sostegno economico ad invalidi di guerra, in quanto lo stato italiano non riconosceva i combattenti della Repubblica Sociale Italiana. A Palleroso (comune di Castelnuovo di Garfagnana) è stato eretto un Sacrario ai caduti della divisione. L'archivio storico della Divisione è stato affidato allo stato maggiore dell'esercito italiano. La Divisione alpina
"Monterosa" non fu riconosciuta ufficialmente nei raduni degli ex-alpini; pertanto coloro che avevano combattuto unicamente in questa formazione, secondo l'ANA, non potevavo fregiarsi del titolo di alpini ma il 27 maggio 2001 l'Associazione Nazionale Alpini decise di annullare questa discriminazione di carattere soprattutto politico, approvando una delibera che andava in questo senso: "L'Assemblea dei Delegati, preso atto e confermata la validità di tutto quanto precedentemente deliberato in merito alla Divisione Monterosa e altri simili della Repubblica Sociale Italiana, dichiara e riconosce che tutti i giovani che hanno prestato servizio militare in un reparto Alpino, in qualsiasi momento della storia d'Italia, e quindi anche dal 1943 al 1945, poiché hanno adempiuto il comune dovere verso la patria, siano considerati Alpini d'Italia.



I comandanti furono :
Umberto Manfredini, colonnello, dal 1º gennaio 1944 al 23 marzo 1944
Goffredo Ricci, generale, fino al 15 luglio 1944
Mario Carloni, generale, fino al 20 febbraio 1945
Giorgio Milazzo, colonnello, fino al 28 aprile 1945

Generale Mario Carloni

Reparti :
1º Reggimento alpini
Battaglione "Aosta"
Battaglione "Bassano"
Battaglione "Intra"

2º Reggimento alpini
Battaglione "Brescia"
Battaglione "Morbegno"
Battaglione "Tirano"
Battaglione compl. "Vestone"

1º Reggimento artiglieria
Gruppo "Aosta"
Gruppo "Bergamo"
Gruppo "Vicenza"
Gruppo "Mantova"



alpini della 4 divisione Monterosa in Garfagnana 

L’eccidio degli Alpini della Monterosa 
a Colle Tortagna, Calizzano
Usciti dalla galleria, del cosiddetto forte centrale, del Colle del Melogno che immette ad una spianata occupata da un ottimo ristorante, imbocchiamo la vecchia stradina militare sterrata la quale, dopo alcune curve attraverso un bosco ceduo, porta ad un bivio, dopo aver svoltato a sinistra, entriamo in una maestosa foresta, ad una altezza s.l.m. di circa 1090 metri. Percorriamo un tratturo fangoso e arriviamo ad uno spiazzo dove pare che il tempo si sia fermato. Qui con un cippo, una statua del Cristo ed una targa di ottone si vuole ricordare con cristiana pietà  una delle tante atrocità commesse nel corso della Guerra Civile, uno dei tanti episodi in cui Italiani che si consideravano “buoni”, scannavano senza pietà altri Italiani che loro consideravano “cattivi”, ecco i fatti.
A fine novembre del 44, due plotoni di alpini della Divisione Monterosa della Repubblica Sociale Italiana, appartenenti alla 67° compagnia del Battaglione Cadore provenienti da Garessio e dall’alta Valle Tanaro, entrano in contatto, sulla strada montana  oltre Bardineto, con preponderanti formazioni partigiane, la 5° brigata Partigiana Garibaldina composta da ben tre distaccamenti.
I combattimenti  sono violentissimi e l’impegno è estremo da parte di entrambi i contendenti, uno dei due plotoni Repubblicani riesce a sganciarsi e ritorna al proprio reparto accasermato a Ceva, mentre l’altro circondato, continua a combattere nella speranza  di ricevere rinforzi che tuttavia non possono raggiungere, nell’immediato, la zona.
Il plotone di artiglieria alpina, perde nello scontro, l’ufficiale comandante, il sottenente Armando Merati, decorato con medaglia d’argento al V.M. alla memoria, che viene sostituito durante i combattimenti, da un sottotenente medico, Mario Da Re, il quale con altrettanta capacità, guida il reparto nella difesa della posizione, che dura per otto lunghissime ore infliggendo alla brigata partigiana forti predite, negli scontri anche l’alpino semplice Primo Durante rimane ferito gravemente  sempre con le armi in pugno e morirà verso la fine di novembre.
Al termine dello scontro violentissimo, gli alpini superstiti, diciassette, verranno disarmati e dichiarati prigionieri di guerra, ma è essere “prigionieri” di reparti partigiani è solo un eufemismo che significa vita brevissima. In seguito saranno portati al forte Tortagna, una fortificazione posta sulla sommità del colle e rinchiusi in una cantina, nel livello più basso della rocca. La loro vita sta per finire in modo tragico.
Dopo essere stati rinchiusi all’interno di un sotterraneo del forte Tortagna, gli artiglieri alpini verranno passati per le armi in spregio a qualsiasi convenzione militare e soprattutto umana. Un giovanissimo militare, poco più che diciassettenne, sopravisse alla strage e ebbe la possibilità di relazionare al proprio comando cosa accadde all’alba del 27, il ragazzo si chiamava Albareti e potrà scampare alla morte grazie alla richiesta del suo comandante, il sottotenente Mario Del Re, che inviterà alla clemenza per il giovanissimo alpino, vista la sua età. Ecco il racconto del sopravissuto, corredato dalle dichiarazioni spontanee di alcuni appartenenti alla formazione partigiana.
I prigionieri, dopo la loro cattura, vennero da subito privati delle armi e poi dell’abbigliamento personale, giacche, calzoni, maglioni e calzature. Dopo la spoliazione delle divise, i poveretti trascorsero la gelida notte in condizioni proibitive all’interno di una umida segreta del forte Tortagna, a quota 1030, in un mese freddo, novembre, e soprattutto in una località nota per le temperature decisamente rigide soprattutto se affrontate senza abbigliamento.
Viene dato per imminente un contrattacco dei militari della R.S.I., avvisati dal plotone sfuggito all’accerchiamento, per liberare i loro camerati, a questo punto i partigiani decisero di eliminare i prigionieri per evitare che venissero liberati dai rinforzi Repubblicani in arrivo.
All’alba del 27 novembre, iniziarono i “prelevamenti” dei prigionieri, per portarli dal forte sino davanti al plotone di esecuzione che li aspettava in uno slargo in mezzo alla foresta.
Quando il comandante Del Re, comprese la sorte che attendeva i suoi soldati, li incitò ad avere coraggio e li invitò a cantare le più note canzoni degli alpini, corpo a cui essi appartenevano. Nella foresta alle pendici del colle Tortagna, in quella livida mattina, due suoni contrastavano e stridevano tra loro: uno era dolce e malinconico, prodotto dalle voci degli alpini che con coraggio, intonavano le loro caratteristiche e struggenti melodie della montagna e l’altro intermittente e assordante era il suono delle armi da fuoco con cui i boia partigiani fucilavano i loro inermi prigionieri.
Ecco i nomi degli alpini, uccisi senza un minimo di pietà e di giustizia: Alzate Mario, Calcinoti Giovanni, Canzian Giovanni, Tormena Silvio Rorato Luigi, Fiorin Lino, Ulliana Saverio, De Bastian Fermo, De Biasi Gino, Garbuio Marcello, Pietrobon Pietro, Ragazzon Vittorio, Sattin Mario, Scola Alfredo, Vendramin Gino, Viviani Valter, sotto la lastra di metallo che riporta  i nomi una frase molto commovente: “anche per noi sola legge fu il dovere”. L’ultimo a cadere fu il sottotenente medico Mario Del Re che ebbe un comportamento onorevole sino all’ultimo istante della sua vita, cadde gridando in faccia ai suoi aguzzini “Viva l’Italia”, in seguito, verrà decorato dal Governo della Repubblica Sociale Italiana di Medaglia d’oro al Valor Militare.
I corpi dei militari, saranno esumati e ricomposti solo dopo quattordici anni dopo, nel 1958 presso il Cimitero di Vittorio Veneto, frazione Ceneda.
Il semplice monumento, fatto dalle mani di alcuni reduci e che commemora la strage, è immerso nella foresta dove avvenne l’eccidio, un blocco irregolare di pietre cementare fra di loro, a forma di parallelepipedo, su di esso sfalsate si ergono tre semplici croci fatte con dei tondini di acciaio, sul davanti del blocco è stata affissa una targa di ottone lucido con incisi i nomi dei caduti, elecati per ordine di grado, accanto ai nomi, il luogo e l?anno di nascita.
I luoghi di nascita dei militari sono tutti del Nord Est, Vittorio Veneto, Belluno, Conegliano, Cornuda, Montebelluna, Telgate, Cavarzere, Falcade. Questi giovani alpini vennero a combattere e a perdere la vita in luoghi lontanissimi dai loro paesi natali.
Dietro al blocco una lapide triangolare di pietra bianca con una breve frase: “a ricordo dei 17 alpini del battaglione Cadore, caduti il 27 novembre 1944, sormontata da una stella. Su di essa una statua del Cristo che mostra il suo cuore ferito e sanguinante. Dietro a semicerchio due archi di macigni squadrati e davanti al cippo una piccola circonferenza di sassi, tutto attorno una foresta secolare di centinaia di alberi come sentinelle mute e silenziose a guardia della sacralià del sito.
Forte Tortagna, dove gli alpini furono imprigionati situato a pochi minuti dal luogo della strage e del sotterramento, ha cambiato inquilini, infatti pare che sia diventato residenza privata di una persona che lo sta ristrutturando.
Quindi la segreta dove i poveri militari della Monterosa trascorsero la loro ultima gelida notte non è visitabile anzi addiruttura il forte è invisibile alla vista, ovunque recinzioni corredate da cartelli di “proprietà privata, attenti al cane, vietato l’accesso” che proibiscono tassativamente e ripetutamente l’ingresso ai “non addetti ai lavori”, e un nuovo cancello di acciaio verniciato di nero, alto ben sei metri impedisce di proseguire la strada sino alla fortificazione, oramai parrebbe divenuta esclusiva residenza di vip.
La strada di accesso a forte Tortagna è percorsa da suv con i vetri oscurati, la stessa strada polverosa che i poveri alpini  percorsero in un senso per andare a combattere e successivamente per andare incontro alla morte, così è la vita.

Roberto Nicolick


Paolo Carlo Broggi, alfiere della Monterosa
fucilato dai partigiani il 04 Novembre del 1944.
Davanti alla fossa disse: 
"L'Italia può fare a meno di me,ma non del mio onore"

I mesi che seguirono l’armistizio dell’8 settembre 1943 rappresentarono per i soldati scelte e riflessioni difficili, che a distanza di ormai settant’anni è impossibile giudicare  distinguendo il bene dal male: furono momenti difficili per tutti, per i graduati come per i semplici soldati di truppa, fagocitati dalla storia e da scelte politiche e di campo più grandi di loro. Ci fu chi si schierò con il Regno del Sud andando a costituire i primi reparti dell’esercito del sud, chi andò “sui monti” a ingrossare le file dei partigiani, in verità ancora molto esigue, e chi cercò di raggiungere la propria casa convinto che la guerra fosse ormai finita. Ma il conflitto continuava, con gli Anglo-Americani che risalivano la penisola e i Tedeschi che tentavano in ogni modo di impedirne e rallentarne l’avanzata. In questo caos totale ci furono anche quegli uomini che decisero di tenere fede ad un giuramento, di continuare a combattere la guerra al fianco dell’alleato tedesco, addirittura senza aspettare il formale atto di chiamata alle armi del Maresciallo Rodolfo Graziani e di Benito Mussolini dopo la nascita della Repubblica Sociale Italiana: molti, si presenterono spontaneamente ai comandi tedeschi (fra tutti, nota è la vicenda del Tenente dei Bersaglieri Rino Cozzarini) o semplicemente rimasero ai loro posti, continuando ad imbracciare le armi contro chi quotidianamente compiva bombardamenti indiscriminati sulle città italiane. Con la Repubblica di Salò vennero costituite così le nuove Forze Armate Repubblicane: in tutto quattro grandi unità che vennero addestrate tra il novembre 1943 ed il novembre 1944 a Muzingen, in Germania. Nacquero così la 1ª Divisione Bersaglieri Italia, la 2ª Divisione Granatieri Littorio, la 3ª Divisione Fanteria di Marina San Marco e la 4ª Divisione Alpina Monterosa. Quest’ultima fu costituita formalmente il 1° gennaio 1944, con un organico di quasi 19.000 Alpini e 650 Ufficiali, al comando del Generale Goffredo Ricci: alla fine dell’addestramento rientrò in Italia per essere dislocata sul settore della Linea Gotica, in Garfagnana (nell’alta Toscana).
Tra i suoi organici schierati in Garfagnana, prese servizio anche il Sottotenente Paolo Carlo Broggi, che assunse il comando in zona d’operazioni di un plotone della 13ª Compagnia del Battaglione Intra: il 17 luglio 1944, durante la cerimonia della consegna delle Bandiere di Guerra ai reparti che stavano rientrando in Italia dopo l’addestramento in Germania, ebbe l’onore di essere l’Alfiere del 1° Reggimento Alpini, al cospetto di Benito Mussolini, di Graziani e del Generale Mario Carloni, nuovo comandante della Divisione Monterosa subentrato a Ricci. Nato il 22 marzo 1923 a Lanciano, si era arruolato volontario ad appena 17 anni, partecipando con coraggio, e distinguendosi per il suo valore, nella campagna di Grecia e d’Albania, ricevendo sul campo la Croce di Guerra al Valor Militare con la seguente motivazione: “Staffetta portaordini si offriva spontaneamente per recapitare più volte ordini del proprio Comandante di Compagnia a un Plotone avanzato che, in zona violentemente battuta da tiri di artiglieria, di mortai e di mitragliatrici, stava attaccando una posizione dominante in impervia montagna, fortemente presidiata dal nemico, riuscendo in condizioni difficilissime ad assicurare il collegamento. Esempio di ardimento, di sprezzo del pericolo, di dedizione al dovere. Guri Topit, 4 aprile 1941″. Dopo l’armistizio, senza esitare, decise di arruolarsi nella Forze Armate Repubblicane. Il 30 ottobre 1944, durante un’attività di pattuglia alla ricerca di un gruppo di partigiani colpevoli di aver assaltato e depredato un convoglio di viveri destinato al Battaglione Intra, mentre con i suoi uomini risaliva da Isola Santa verso Careggine, venne ferito ad un piede e catturato, dopo un conflitto a fuoco con un gruppo di partigiani della Brigata Lunense: in quell’occasione, venne ucciso il Caporale Bruno Rigoni, vent’anni, del 1° Reggimento Alpini. Dopo un sommario processo, in cui gli fu chiesto di rinnegare il giuramento fatto alla Repubblica Sociale (in cambio gli sarebbe stata salvata la vita), venne deciso di fucilarlo il 7 novembre presso Foce di Careggine. Il valoroso Ufficiale degli Alpini, che mai aveva dato segni di cedimento, fu sentito gridare davanti al plotone d’esecuzione: “L’Italia può fare a meno di me non del mio onore!”. Il fuoco che gli stroncò la vita fu solo interrotto dall’ultimo grido di “Viva l’Italia!”, prima che la raffica di piombo stroncasse i suoi ventuno anni. Il suo corpo venne poi gettato nudo in una fossa comune, assieme a quello di altri fucilati dei partigiani; solo nel gennaio 1945 venne recuperato dai commilitoni della 13ª Compagnia e dal Cappellano del Battaglione Intra, Don Vanni Ferraro. Oggi, a Foce di Careggine, sul luogo del suo sacrificio è stata eretta dopo la guerra una croce in pietra in sua memoria, sulla quale sono scolpiti una piccozza ed un cappello alpino.
Di Gabriele Bagnoli


Il Capitano Aurelio Barbaro fra i suoi Alpini della 7* Compagnia al Passo dell'Agnello nel gennaio 1945. E’ uno dei "Dodici Martiri" del Battaglione "Bassano" trucidati in località Ponte di Valcurta ( Val Varaita) il 5 Maggio 1945
LA FELDPOST DELLA MONTEROSA



Fronte della Garfagnana posizioni avanzate della Monterosa 

Val Trebbia ( Genova ) ottobre 1944 
un Alpino della Divisione Monterosa di vedetta




Il Capitano Aurelio Barbaro fra i suoi Alpini della 7^ Compagnia al Passo dell'Agnello nel gennaio 1945. Il Capitano Barbaro è uno dei "Dodici Martiri" del Battaglione "Bassano" trucidati in località Ponte di Valcurta (Val Varaita) il 5 Maggio 1945


Vedette della Monterosa sul Fronte Occidentale

Garfagnana, autunno 1944 
Alpini della Monterosa intenti alla pulizia di un mortaio

MUNSINGEN - IL GENERALE MARIO CARLONI E ALTRI UFFICIALI DELLA MONTEROSA APPLAUDONO DURANTE IL DISCORSO DI MUSSOLINI








LA CONSEGNA DELLE UNIFORMI



COLLE TORGANA-CALLIZZANO (SV)
cippo in ricordo dell'eccidio degli alpini della Monterosa 


Sottotenente Paolo Carlo Broggi, 1923 - 4/11 1944
Medaglia d'Argento al VM e alfiere della Monterosa
 
Il luogo del suo sacrificio a Foce di Careggine, dove fu ammazzato dai partigiani assieme ad altri camerati. L'eroe trovò gloriosa morte non rinnegando la bandiera e facendo coraggio ai suoi commilitoni negli ultimi istanti di vita.


IL FRATELLO DI FARINACCI
Ufficiale della Monterosa durante la R.S.I.. Di stanza in Montenegro, il 15 settembre del ’43, con i suoi Alpini attaccò (e conquistò) il forte di Kobila, situato all’estremità delle Bocche di Cattaro, da dove i Tedeschi facevano fuoco per impedire che alcune navi con a bordo soldati della Divisione Emilia raggiungessero l’Italia. Dopo un infruttuoso tentativo di conquista del forte da parte del primo Btg del 119° Rgt Fanteria , Farinacci riuscì nell’impresa, che provocò anche una ventina di morti tra i Tedeschi. Dopo di che, radunati gli uomini, espose la situazione che si era venuta a creare e lasciò ognuno libero di scegliere cosa fare. La maggioranza si diede prigioniera all’ex alleato, ma lui preferì il rimpatrio e l’arruolamento nelle Forze Armate della RSI. Arrestato dopo il 25 aprile, soffrì una lunga detenzione, al termine della quale si stabilì a Dronero dove si dedicò –fino al 1975, anno della morte- alla costruzione della Cappella dell’Exilles, presso l’omonimo forte,in Val di Susa, a memoria del sacrificio dei suoi Alpini


la lapide in sua memoria 


















I 17  Alpini della Monterosa caduti nell'attentato di Villanova d'Asti 



Funerali degli Alpini del Btg. Brescia  Caduti nell'attentato alla tradotta a Villanova d'Asti il 13 marzo 1945
















Dronero (Cuneo) 

Virgilio Ferrari mascotte di un reparto della Repubblica Sociale Italiana, nato a Milano il 3 dicembre 1929, decide di aderire alla R.S.I. e si arruola nel Battaglione Aosta della Divisione Alpina Monterosa a Dronero. Verrà "giustiziato" insieme a due ragazze : Paola De Bernardi e Rosina Piana e a un giovane delle Brigate Nere


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